La nostra vita era così frenetica e piena di impegni da rispettare, che sembrava non ci fosse posto per nient’altro, e il deserto avanzava senza che ce ne accorgessimo.
L’ansia di anticipare gli altri, di farci trovare sempre pronti al posto giusto, quello scelto per noi (e non da noi) avvolgeva ogni cosa condizionando le nostre scelte piccole e grandi. In poche parole, senza accorgercene, stavamo barattando la nostra libertà con un’illusione di sicurezza data dall’ordine delle cose. Stavamo delegando la nostra felicità a qualcosa e qualcuno fuori da noi.
Senso di impotenza e reazioni impulsive scattavano quando qualcosa nel rassicurante ingranaggio quotidiano perdeva il tempo, rompendo lo schema della sincronia forzata e volava via libero, che fosse un imprevisto qualsiasi, l’intemperanza di un figlio adolescente, o anche una bella idea, magari un po’ matta.
Tutto si reggeva su un reticolato di azioni e pensieri indotti da fuori: una voliera molto bella, se vista dall’esterno.
Difficile fermarsi a riflettere su questi nodi? Non si trovava mai il tempo di pensare ed agire diversamente? C’erano sempre troppe cose da fare e organizzare e ogni giornata finiva prima che si riuscisse ad affrontare l’argomento? Qualcosa ci sfuggiva oppure non avevamo il coraggio di affrontarla?
In 20 giorni, a causa del Covid-19, tutto si è fermato, il silenzio ha preso il sopravvento, in attesa di essere riempito con le vibrazioni dei nostri pensieri e sentimenti.
L’isolamento forzato, l’incertezza del futuro e la pena per le troppe persone che stanno morendo sole negli ospedali, ci accompagnano per mano a cercare dentro di noi le uniche domande che dovremmo sempre porci: chi sono io? Qual’è il senso della mia vita? Quali sono i valori che danno dignità alla mia esistenza? Sto agendo nel rispetto di me stesso e dei miei principi?
Mi riconosco in quella persona che correva freneticamente a destra e a manca, che riempiva le sue ore di azioni sempre uguali, o c’è qualcosa di più in me, che non ho valorizzato e che potrei esprimere ed offrire al mondo? C’erano sempre troppe cose da fare e organizzare prima, e ogni giornata finiva senza che riuscissi ad affrontare l’Argomento.
Ecco il tempo.
Mancava forse la meditazione? La preghiera?
L’essere disposti ad uscire da se stessi per incontrare, rispettandoli e senza giudicarli, i modi di essere e i sentimenti degli altri? Mancava sentirsi piccoli e soli?
E chi ci sta più vicino? Proprio loro, che dovremmo conoscere e con cui dovremmo essere intimamente in sintonia sono diventati, per troppe cose da fare e mancanza di tempo, attori con il loro bel trucco di scena, pedine con il loro preciso ruolo, comparse con la loro utilità sociale.

Ora, per guardarci di nuovo negli occhi, il tempo c’è.
Questo periodo ci spinge a ritrovare, qualora lo avessimo una volta afferrata e poi perduta, l’essenza della nostra vita, il senso vero dell’essere persone, la nostra autenticità. In questo buco temporale siamo costretti a pescare dentro noi stessi le risorse organizzative liberando la creatività che ognuno possiede e spesso reprime.
Rinasce l’esperimento primordiale: una nuova occasione di esercitare e far maturare dentro di noi la comprensione, la pacatezza, la condivisione: comportamenti sociali che i bambini imparano nella loro prima palestra di vita: la famiglia, dove sperimentano le prime relazioni interpersonali che condizioneranno il loro modo di interagire con il mondo.

Non un incidente, né un qualsiasi imprevisto, ma LA STORIA, al prezzo di troppe vite spezzate, ci tiene tutti sospesi costringendoci a guardarci bene dentro e tra noi, a condividere impegno, timore e anche fiducia.
Chi ha perso il suo centro?
Io? La mia famiglia? La mia città? La mia Nazione? L’Europa? Il Mondo?
Sospesi, da un punto di vista insolito e inquietante, poniamoci domande e ricostruiamoci partendo dal rispetto di noi stessi e dalla cura per la nostra famiglia che è la prima indispensabile trama di un tessuto sociale forte e consapevole.
